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Sono passati due anni dall'11 settembre 2001, quando le Twin Towers si sono sbriciolate in diretta sotto gli occhi del mondo. La più grande superpotenza mondiale
non sarebbe più stata la stessa: aveva perso la propria invulnerabilità. Il lutto, la rabbia, il desiderio di consegnare alla giustizia i mandanti hanno compattato
l'opinione pubblica americana intorno al presidente Bush e alla sua crociata contro il male, proclamata in toni apocalittici. La voce di Noam Chomsky ancora una
volta diventa un punto di riferimento per tutti coloro che rifiutano di appiattirsi su questa logica manichea. Chomsky sostiene che si debba parlare di terrorismo
per ogni atto di aggressione che coinvolge una popolazione civile, quindi per tanti capitoli della storia passata e presente: basti pensare al conflitto israelo-
palestinese, alla repressione dei curdi da parte della Turchia e dei ceceni da parte della Russia, oltre che a tutti gli interventi armati degli Stati Uniti in nome
di un nobile ideale (dalla lotta al comunismo in Vietnam all'esportazione della democrazia in Iraq). Oggi la logica della sopraffazione si ammanta della nuova
etichetta di guerra all'Asse del male, quella condotta dall'amministrazione Bush e dai suoi alleati contro i signori del terrore, ma che in realtà colpisce paesi
già straziati da regimi tirannici e da conflitti interminabili. Nelle mani dei signori del potere, l'11 settembre si è trasformato in un vessillo da agitare a
giustificazione di nuove violenze. Pacato ma impietoso nelle sue analisi, dopo quarant'anni di militanza Chomsky è più che mai convinto che la conoscenza sia l'unica
arma che la società civile, e quindi ciascuno di noi, può contrapporre alla fabbrica massmediatica del consenso, perché solo dalla conoscenza possono nascere l'azione
e la partecipazione politica.
tratto dalla quarta di copertina
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